Non riesco più a vedere fascisti, comunisti, neri, ebrei, palestinesi, imperialisti americani e difensori del no global. Vedo solo uomini. A volte, spesso, ho paura.
mercoledì 15 dicembre 2010
domenica 12 dicembre 2010
Capitolo 6
La parola chiave della ribellione: consapevolezza. Il verbo forgiato sulla sottile membrana del suo cervello. Come un vecchio film in bianco e nero riecheggiavano nella sua mente le parole di Burroughs: “Uno scrittore può scrivere soltanto di una cosa: di quello che c’è davanti ai suoi sensi al momento di scrivere… sono uno strumento di registrazione… Non presumo di imporre una “teoria”, una “trama”, una “continuità”… Finchè riesco a registrare direttamente certe aree del processo psichico posso avere funzioni limitate… il mio obiettivo non è quello di intrattenere…”.
Inaccettabile.
Era stata consapevole fin dall’inizio della sua meta. Educare alla buona scrittura. Alle buone storie. Scrittori come Burroughs erano i nemici. L’altra specie. Quelli che la tecnica è il nemico.
Guardate cosa c’è sulla punta della forchetta: merda spacciata per un buon pasto. La loro scrittura è nuda, capace di produrre solo escrementi.
“Dovevi avere più consapevolezza. Hai sottovalutato i tuoi discepoli”. Martin poggiò il bicchiere di Rhum sul tavolo.
Luana tornò a concentrarsi sul discorso del suo ospite: “Ci sono sempre dei rischi. C’è sempre gente sopra le righe. Ho calcolato tutto”.
Martin fece un cenno al cameriere, “Un altro”.
Osservò il locale. I suoi discepoli erano chini sui propri taccuini. Gruppi di cinque persone intenti ad applicare regole e concatenare parole da sottoporre alla loro regina.
Il suo laboratorio di scrittura.
Martin si chinò in avanti, a qualche centimetro dal viso di Luana: “Forse, non hai capito bene il problema. La tua feroce ironia ha dato di testa a qualcuno. Sai di chi parlo. Se non sbaglio il tuo progetto era quello di svelare alcuni altarini e dare consigli utili agli aspiranti. Ma… da un certo punto di vista, qualcuno ha sbroccato”.
Lei prese il succo all’ananas e bevve un sorso.
“Cioè, qui non si tratta più… be’ ho l’impressione che si sia varcata la soglia”.
Luana posò il bicchiere, si passò una mano sul labbro: “Stai subendo l’influenza del nemico, Martin. Qui non c’è nessuna guerra in atto. Qui si tratta solo di scrittura. Ci sono solo delle buone intenzioni e consigli per far risparmiare denaro ai lettori”.
Martin prese dal tavolo una sigaretta. L’accese. Un respiro profondo. Un’espirazione densa di sgomento.
“No, Luana. Ti sbagli. Io sono stato un tuo grande sostenitore e anche un sostenitore della libera scelta sia dello scrittore che del lettore. Sul mio blog sono riuscito a discernere tra una buona critica, proposte di letture e attacchi personali e mirati. Ho saputo differenziare tra anime di buona volontà e anime dannate. Io, al limite, distribuisco consigli non impongo. Invece, il tuo marchio è diventato una spada di Damocle sulla capoccia degli scrittori. E il tuo blog si è trasformato da un porto per aspiranti scrittori e lettori in cerca di letture utili e interessanti ad una meta per boia e pseudo scrittori falliti. Si stanno creando fazioni e risentimenti razzisti anche verso alcuni tipi di lettori”.
Luana chiuse le mani. Strinse forte. Le lunghe unghie a scalfire la sua pelle. Sbatté i pugni sul tavolo. Gli aspiranti smisero di scrivere e il locale si bloccò sospeso tra il fumo e l’opaca illuminazione.
“Adesso basta. Io non nascondo nessun interesse in quello che faccio. Non ti permetto di accusarmi di nessun tipo di frustrazione. Le tue sono solo paranoie dettate dal tuo fallimento come blogger. Sono le tue recensioni, infarcite di stronzate ad annoiare i lettori. Sei tu che aspiri. Se non ricordo male, tu sei quello che un tempo scriveva racconti sperando in una pubblicazione. Io non ho mai avuto aspirazioni in tal senso”.
Martin si alzò. Spostò la sedia e raccolse il suo pacchetto di sigarette. Fini il suo Rhum.
“Luana, mi dispiace. Ho capito che hai già fatto la tua scelta. Speravo in una tua… pazienza. Ci tengo a precisare che sei sceso allo stesso livello del tuo nemico: la diversità è invidia”.
Lei spinse il tavolo colpendo Martin alla coscia.
“Basta! Non ti permetto di offendermi in casa mia. Sparisci”.
Martin mentre si palpava la gamba ferita, fece un inchino e sparì, lasciando dietro di sé una striscia di granuli di pixel.
Luana rivolse lo sguardo ai tavoli. I suoi discepoli la osservavano con occhi sbarrati e scintillanti. La regina si portò la mano al cuore. “Show, don’t tell!”. Loro avvicinarono le mani al cuore e ricambiarono all’unisono: “Show, don’t tell!”.
Vincenzo, con la mano al cuore, accanto ad alcuni fedelissimi, sorrise socchiudendo gli occhi. “Show, don’t tell or die”. Sulla punta della forchetta c’è solo merda.
domenica 5 dicembre 2010
Capitolo 5
Avalon:
“Estrapolare frasi da un più ampio contesto non rende giustizia alla qualità del testo. Questo serve solo a decontestualizzare e portare acqua al proprio mulino”.
Everton:
“@ Avalon:
Tu non vuoi proprio capire. Non si tratta solo di espressioni di cattivo gusto come “il ragazzo era vecchio”, “Lara era bellissima, di una bellezza tutta femminile”, che non mostrano nulla e fanno venire il vomito, ma anche di logica. Perché il protagonista non ha ucciso il cattivo quando ne ha avuto la possibilità sotto il ponte di Taur? E poi siamo stufi delle stesse storie. Basta con questi orchi e orchetti”.
Avalon:
“@ Everton:
Si vede che non hai letto il mio romanzo, ma ti sei fermata alla recensione di Loris, perché non c’è nessun orco nella mia storia. Poi se il protagonista non ha sferzato il colpo decisivo al nemico lo potrai capire solo seguendo il corso della storia. Ma del resto voi sapete sempre come vanno certe cose, no? Voi avete il vostro manuale e le vostre stupide regole. Sapete dove dovete mettervi le vostre ridicole critiche? Siete solo gente frustata e invidiosa”.
Vincent:
@ Avalon:
“Tu sei un Autore Affermato la cui padronanza delle tecniche di scrittura è certificata dalla pubblicazione con una importante Casa Editrice, per cui fai bene a non ascoltare critiche che, diciamo chiaramente, al 99% sono frutto di invidia spacciata per competenza”.
Disconnessione in atto.
Troppo facile. Sì, tutto troppo semplice.
Grazie a quest’ultimo colpo, Vincenzo, era riuscito a infliggere al suo nemico l’ennesima sconfitta. La sua arroganza e la sua vanità erano un bersaglio troppo evidente. Del resto il suo nemico si sentiva una rockstar della letteratura.
L’unica alternativa valida che il suo nemico era stato in grado di adottare era l’esposizione di un’improbabile erudizione al servizio dei suoi pochi e fedeli lettori. Un paravento per salvare le imbarazzanti storpiature del suo stile. Non sapeva scrivere, questo lo sapeva bene. Allora, aveva deciso di inventarsi intellettuale. Risultato: una patetica proliferazione di post sulle ricerche storiche dell’ambientazione del suo prossimo romanzo a sigillo della sua dedizione e autorità. Come se questo servisse a migliorare la sua scrittura e la sua vena artistica. Come se l’informazione potesse vantare un diritto divino sulla capacità narrativa di un qualsiasi geniale artigiano.
Una storia di merda che tratta del nazismo è pur sempre una storia di merda. Una storia meravigliosa che parla del nazismo è pur sempre una storia meravigliosa. Cazzo, non possiedono la stessa alchimia.
Eppure questi risultati non portavano a nulla. C’erano ancora tanti lettori che lo seguivano e che erano disposti a continuare a leggere tanta altra merda.
Due possibilità si stagliavano all’orizzonte per Vincenzo: lasciare perdere e concentrarsi sulle potenzialità della sua scrittura o convincere la regina a passare al piano c. Ma la regina non avrebbe mai appoggiato questa scelta. Forse qualcun altro, però, si sarebbe convinto. In fondo un po’ di terrore reale avrebbe scosso l’ambiente.
Vincenzo alzò la visiera a scacchi e si tolse il casco. Poggiò il portatile sul pavimento. Si alzò dal divano e andò verso il muro tappezzato dalle foto del suo nemico. Allungò lo sguardo verso uno foto che lo ritraeva con il viso sorridente. Appoggiò la sua mano accanto alla faccia bianca del suo nemico.
“Quanti soldi mi hai fregato, eh? Quanti dei miei risparmi ti sei intascato? Tu mi hai rubato il sogno. Hai preso il mio posto. Dovrei esserci io al posto tuo. Io con il mio grande romanzo”, la mano di Vincenzo strinse la foto. I lati iniziarono a staccarsi dal muro, gli occhi del nemico si persero all’interno del palmo di Vincenzo.
“Pagherai caro. Pagherai insieme ai tuoi amichetti. Questo è il tempo del riscatto. Il tempo del riscatto del verbo sommerso e dimenticato. Le nostre parole diventeranno armi. Le nostre parole diventeranno carne. La nostra carne divorerà la vostra carne. Sarete consumati, mangiati e vomitati”.
Strappò la foto dal muro, arrotolandola.
Avvicinò quella piccola palla alla bocca e iniziò a divorarla.
domenica 28 novembre 2010
Capitolo 4
Ennesimo rifiuto.
Ennesimo rifiuto.
Ennesimo rifiuto.
Vincenzo stropicciò la lettera e la gettò via.
Si alzò dal divano avvicinandosi al tavolo del soggiorno. Prese una cartellina e la aprì. Una foto e un foglio con delle istruzioni. Un nickname, un personaggio fittizio, un autore da demolire, i nomi degli altri membri del gruppo d’assalto, le strategie e le tecniche di manipolazione.
Tutto molto semplice.
Finalmente, la regina aveva deciso di passare alla fase due del progetto. La demolizione della reputazione e del talento degli scrittori che non scrivono degnamente. La distruzione artistica di tutti quelli che non rispettano le regole del manuale. L’annichilimento di chi si contrappone all’arte visiva, all’immagine, a ciò che conta più di ogni altra cosa nell’intrattenimento: l’occhio dell’arte.
Noi non vogliamo bocche che raccontino, che riassumano, che condensino, che riducano le nostre percezioni. Noi vogliamo altri occhi per guardare, occhi che descrivano e non spieghino, che lascino a noi il compito di spiegare ciò che essi ci mostrano. Noi vogliamo che questa nostra esigenza si erga a legge universale, che si trasformi come un marchio indelebile sulla carne dell’arte.
Show, don’t tell.
L’unica tecnica e l’unica scelta.
Nessuna possibilità di ibridi, nessuna libertà artistica.
La merda è merda.
Vincenzo prese il portatile e andò a sedersi sulla poltrona. Posizionò il PC sulle gambe. Allungò la mano sinistra verso il pavimento, a cercare qualcosa. Un casco nero oblungo con una visiera a scacchi. Lo indossò con aria divertita.
Lo spettacolo ha inizio.
domenica 21 novembre 2010
Capitolo 3
Le persiane abbassate a metà impedivano alla luce del sole di rischiarare l’interno della stanza. Un’ombra invadente distendeva le sue fila lungo le pareti bianche.
Luana, attorniata da alcune sedie pieghevoli di plastica, si muoveva avanti e indietro, scalciando i piedi con micromovimenti impercettibili. I suoi discepoli seduti sulle sedie attendevano istruzioni in religioso silenzio.
I ricordi delle letture dell’adolescenza assalirono la sua mente. I soprusi degli scrittori la tormentavano ogni notte. Schegge di metallo intinte d’inchiostro a buon mercato. Parole deformi, mani tozze e nere, avverbi sdentati, aggettivi roventi, metafore morbose, similitudini come acqua gelida.
Luana si fermò. Piegò all’insù gli angoli della bocca. Aprì la busta che stringeva in mano. Estrasse delle foto, ognuna delle quali aveva un foglietto attaccato con delle graffette. Si diresse verso il centro del cerchio. Guardò negli occhi ognuno dei presenti. Futuri scrittore forgiati dal marchio del manuale e della tecnica.
“Adesso è giunto il momento tanto atteso. Siete dentro o siete fuori?”
Ognuno dei discepoli si alzò dicendo “Dentro!” e si sedette ai suoi piedi.
Luana alzò le mani in alto, distendendo le dita a colpire qualcosa dell’atmosfera semioscura della stanza.
“Andate, sapete cosa fare”.
I discepoli si alzarono e uscirono in fila indiana. Un lungo tentacolo che iniziava a serpeggiare fuori dalla tana.
martedì 9 novembre 2010
Capitolo 2
Vincenzo stringeva una birra gelata, seduto sulla poltrona del soggiorno. La tv trasmetteva “giochi al potere” un nuovo reality, un format svedese adattato al contesto moralmente abbietto dell’Italia.
“Non posso crederci. Ci sono cascati anche loro. Anche loro credono che sappia scrivere” disse al vuoto del soggiorno.
Bevve un sorso.
“Merda!”, prese il telecomando da sotto il sedere è aumentò il volume.
“Molti credono che per pubblicare bisogna avere delle conoscenze. La classica raccomandazione che sovrasta sovrana la nostra società a qualsiasi livello. Tutte stronzate, se mi si consente il termine. Chi riesce ad ottenere un contratto con una, diciamo, grande casa editrice, ha lavorato sodo e duramente per anni per vedere riconosciuto il suo valore”.
“Quindi, lei, sostiene che non esistano raccomandazioni in senso assoluto?”
“Certamente. È ovvio che in alcuni casi, diciamo, relativi può esserci uno scambio di… cortesia? Favori? È ciò è riprovevole. Ma far diventare questo malcostume una legge universale, bè la trovo, onestamente una idiozia. Purtroppo in questo paese, la consuetudine diventa legge non scritta. Di conseguenza anche le abitudini mentali.”
Vincent piegò le labbra verso l’alto. Bevve un altro sorso. “Divertente!”
“L’ultimo mio libro chiude il cerchio. In origine la storia doveva uscire in un unico volume, ma…”
“Il vile denaro ha avuto la meglio…” disse Vincenzo.
Spense la tv e scagliò il telecomando sul pavimento. “Maledetta scatola magica. Una casa per tossicodipendenti. Un posto sicuro dove spacciare le proprie idee virali”.
Solo internet poteva funzionare come antidoto. Purtroppo i virus della menzogna stavano contagiando la rete. Ed erano più forti perché avevano relazioni con il potere.
Bevve un altro sorso di birra. Si portò le mani ai lunghi capelli. Posò la birra sul pavimento e con le mani si strinse le tempie.
Una lettera di metallo luccicante. Piccoli spruzzi di sangue marcio alla base della lettera. Una città. Piccoli palazzi. Stormi di corvi. La torre. La prigione nera del suo cuore. Poi tutto diventa ingombrante. La torre slabbra le sue fondamenta. La punta si piega e si contorce piegandosi verso la sinistra del paesaggio. I palazzi divorano lo spazio. Le mura. Le terrazze. I portoni. Uno sciame di ragazzini dalle labbra tese in sorrisi alla joker prorompono come un fiume in piena. Hanno tatuata sulla fronte la lettera. Sangue e metallo. E lui, Vincenzo, si trova al centro, circondato. I corvi scendono in picchiata e le loro teste si trasfigurano. Hanno il suo viso. Il viso dello scrittore della lettera. Sangue rosso cola dalle sue mani. Vincenzo abbassa lo sguardo. Non ha più le mani. Le risa dei corvi invadono la sua mente.
Si alzò dalla poltrona, scattando ad un ordine interiore. Solo io so. Solo io sono consapevole di cosa causano le sue menzogne. Solo io conosco il marcio e l’orrore. Solo io lo porto in fondo al cuore.
Si diresse verso la parete alla sua destra. Una serie di fotografie, appese con del nastro isolante, decoravano il muro. Lo scrittore dell’incubo che riceveva premi e riconoscimenti. Lo scrittore dell’incubo in primo piano, sorridente e soddisfatto. Lo scrittore dell’incubo con in mano il suo romanzo.
Vincent staccò una freccetta da tirassegno dal muro. Fece qualche passo indietro, prese la mira e lanciò. La freccia colpì il bersaglio. La mano sinistra dello scrittore dell’incubo.
“Colpito! Ti rimane poco, da scrivere. È ora del collegamento”.
mercoledì 3 novembre 2010
Capitolo 1
Andrea si disconnesse. Abbassò il monitor del portatile e appoggiò i gomiti sulla scrivania. La mano sui capelli radi. La calvizie stava facendo il suo lavoro. Rivolse lo sguardo fuori dalla finestra. Una lunga distesa di montagne faceva da sfondo ad un piccolo agglomerato di case dai mattoni rossi e dai tetti a spiovente. Quella vasta linea che arginava la sua vista aveva il potere di nutrire la sua immaginazione. Al di là delle montagne poteva esserci qualsiasi cosa.
La sua arte era una pervicace lotta contro le barriere architettoniche della natura e della realtà. Lui era l’artefice, l’agente della libertà, della fuga dalla prigione. Lui era l’artefice dell’amalgama, dell’alchimia tra caos e ordine, tra immaginazione e realtà. Lui conosceva la Verità.
Molti, però, non erano ancora pronti per recepire il suo messaggio, il senso ultimo trasfigurato nel verbo delle sue opere.
Andrea si alzò e spinse con forza la sedia. Un rumore stridente invase la solitudine della sua camera.
La presentazione del suo ultimo romanzo era stata un’esperienza devastante. I lettori, a migliaia, chiedevano, pretendevano spiegazioni, facevano domande, lo tallonavano. Sul perché questo e sul perché quest’altro. Lo interrogavano sul testo!
Il messia legge il verbo agli apostoli, silenziosi e ubbidienti. Le sue parole entrano nelle loro menti ed essi con spirito recettivo accolgono e percepiscono la Verità. Il senso ultimo e originario degli esseri viventi. Cazzo, è così che doveva andare!
Fortunatamente esistevano ancora sparuti gruppi di lettori intelligenti e sensibili, che apprezzavano e idolatravano le sue opere. Una razza in estinzione. Poi c’erano gli indifferenti, i lettori che più di tutti stimava; quelli che mi piace, non mi piace. Quelli che lo lasciavano libero di esprimersi.
La lotta contro l’immaginario collettivo si faceva ardua e pericolosa perché un nuovo fattore si aggiungeva all’ostilità dei lettori. Forse questa ostilità era dovuta dall’irruzione cruenta e spietata di questo nuovo fattore. Il fattore tecnica. La nuova Bibbia. Il testo rosso. Metafora del totalitarismo a cui si voleva ricondurre definitivamente la creatività dell’essere umano. Tecnica ed esigenze di mercato.
Ogni lettore portava sulla mano destra un manuale di tecnica. Leggeva e scriveva. Imparava. Si poneva delle domande e trovava le risposte sul manuale. Ogni lettore era efficiente. Ogni lettore era scrivente.
Li poteva contare uno ad uno. Macchine impazzite con in mano il loro libretto d’istruzioni. Macchine con la bocca storpia che urlavano, digrignavano i denti, in un sordo rumore metallico, che sollevavano il braccio in alto e scagliavano il manuale contro di lui. Poi dal palmo della mano partorivano altri manuali da scagliare contro lo scrittore. Ripetendo il gesto all’infinito.
Tuttavia, i manuali avevano dimenticato di riportare un elemento decisivo per l’alchimia: il talento.
Un romanzo senza talento è come un essere umano senza anima.
Andrea lo sapeva: “C’è una guerra in atto. È questa guerra riguarda tutti noi”.
Trascinò la sedia verso la scrivania, alzò il monitor del portatile e si connesse alla rete.
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